29 luglio 2010

“Per un convinto assertore della diffusione della cultura della legalità fra i giovani come strumento contro l’anticultura della mafiosità, quale era Rocco Chinnici, trovarsi a un passo dall’approvazione, per la prima volta nella storia del nostro Paese, di un codice della legislazione antimafia è certamente il modo migliore per ricordare la figura e l’impegno del magistrato siciliano”. Lo afferma, in una nota, il ministro della Giustizia Angelino Alfano in occasione del 27° anniversario della strage di via Pipitone Federico a Palermo, nella quale persero la vita, oltre a Chinnici, i due uomini della scorta, il maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi e l'appuntato Salvatore Bartolotta, nonché il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.
“Questa straordinaria stagione di successi ottenuti dalla squadra-Stato contro le organizzazioni criminali – prosegue il Guardasigilli – e la determinazione mostrata da questo Governo nella lotta a tutte le mafie, ribadita ieri, ancora una volta, dal presidente Berlusconi, rappresentano il miglior ringraziamento a quanti, come il magistrato Chinnici, hanno saputo e voluto testimoniare, con la propria opera, un impegno professionale attento ai principi di legalità e giustizia intesi come valori condivisi e patrimonio etico della società civile”.
“Proprio Chinnici – conclude Alfano – è stato, infatti, l’antesignano di quella tecnica di lavoro di gruppo che avrebbe portato alla creazione del pool antimafia di Palermo. In quest’ottica, il suo esempio continuerà a vivere in coloro che ne hanno raccolto il testimone e che ne seguono le orme, nonché nelle nuove generazioni affinché coltivino l’ardore di quella rivoluzione culturale mirata all’eliminazione definitiva della mafia e delle sue logiche di violenza e del malaffare”.
Ultimo aggiornamento (Giovedì 29 Luglio 2010 12:32)

27 luglio 2010
“Ribadisco, a sostegno del senatore Caliendo, quanto dichiarato in Parlamento, mercoledì scorso, durante il Question Time e gli rinnovo fiducia e solidarietà”.
Lo afferma in una nota il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, in riferimento alla notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del senatore Giacomo Caliendo.
Ultimo aggiornamento (Martedì 27 Luglio 2010 17:23)
26 luglio 2010
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha avuto oggi una lunga e cordiale telefonata con il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, al quale ha espresso vicinanza e solidarietà, riconoscendogli lo straordinario lavoro svolto sul fronte della sicurezza e del contrasto al crimine organizzato. Lo afferma in una nota l’Ufficio Stampa del ministero della Giustizia.
Il Guardasigilli – continua la nota – ha rinnovato a Mantovano il personale ringraziamento per il prezioso contributo offerto nella preparazione e nella stesura del pacchetto delle norme antimafia, grazie alle quali lo Stato è tornato a ribadire la propria presenza.
Il lavoro – conclude la nota – di uomini di grande rigore morale e di cristallina professionalità, capaci di operare scelte difficili nell’interesse del Paese, garantisce – più delle parole – forza e autorevolezza alle istituzioni.
Ultimo aggiornamento (Martedì 27 Luglio 2010 17:15)
GIUSTIZIA: ALFANO, ARRETRATO CIVILE BLOCCA OGNI RIFORMA = (AGI) -
Roma, 22 lug. - Nessuna riforma della giustizia civile "puo' funzionare se la giustizia italiana ha sulle spalle uno zaino di piombo di 5,6 milioni di cause pendenti": ed e' per questo che il Governo intende varare un piano straordinario per lo smaltimento dell'arretrato introducendo la mediazione civile per evitare il sovraffollamento dei tribunali. E' quanto ha annunciato il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che ha partecipato alla giunta della Confindustria. L'incontro, ha commentato Alfano parlando con i giornalisti, "e' stato molto positivo: ho trovato negli industriali - sono parole del ministro - la consapevolezza che la giustizia civile e' uno degli elementi che rendono competitiva l'Italia, e, dunque, se non funziona, l'Italia e' meno competitiva". "Lavoreremo insieme - ha proseguito - per dare alla giustizia civile un aspetto piu' efficiente e moderno: processi piu' veloci che diano esiti in tempi ragionevoli con un piano straordinario di smaltimento dell'arretrato civile in modo da eliminare in tempi rapidi 5,6 milioni di cause pendenti e l'introduzione della mediazione civile come risposta al sovraffollamento dei tribunali". "L'idea - ha spiegato Alfano - e' che attraverso la conciliazione, non tutto e non sempre debba andare in tribunale". "Si sta lavorando a un ampio disegno di legge che ha come obiettivo - ha chiarito il Guardasigilli - di smaltire l'arretrato in tempi rapidi perche' nessuna riforma della giustizia civile puo' funzionare se la giustizia italiana ha sulle spalle - ha concluso Alfano - lo zaino di piombo di 5,6 milioni di cause pendenti".
Roma, 22 lug. (Apcom) - Il Governo è impegnato in una riforma del processo civile che possa partire dallo smaltimento di 5,6 milioni di cause pendenti, che gravano soprattutto sulle imprese limitandone la competitività. È questo il messaggio recapitato agli industriali dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che ha partecipato alla giunta di Confindustria per parlare di questo tema. "L'incontro è stato molto positivo - ha detto il Guardasigilli al termine della riunione di giunta - perchè ho trovato negli industriali la consapevolezza che la giustizia civile è uno degli elementi che rendono competitiva l'Italia. E, dunque, che se non funziona l'Italia è meno competitiva". Alfano ha dichiarato che "lavoreremo insieme per dare alla giustizia un assetto più efficiente e moderno: processi più veloci che diano esiti in tempi più ragionevoli ai nostri cittadini e un piano straordinario di smaltimento dell'arretrato civile, per eliminare in tempi rapidi 5,6 milioni di cause civili pendenti. Inoltre l'introduzione della mediazione civile come risposta al sovraffollamento dei tribunali. E cioè l'idea che attraverso la conciliazioni non tutto e non sempre debba andare in tribunale". Per quanto riguarda i tempi della riforma, Alfano ha aggiunto che "si sta lavorando a un ampio ddl che ha come obiettivo smaltire l'arretrato in tempi rapidi, perchè nessuna riforma può funzionare se la giustizia italiana avrà sulle spalle lo zaino di piombo di 5,6 milioni di cause pendenti".
(AGI) - Roma, 22 lug. - Le dichiarazioni del procuratore della Repubblica di Caltanisetta, Sergio Lari, hanno escluso qualsiasi collegamento fra il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, i politici attuali e le stragi di mafia del '92, le sue parole sono "un monito a tutti i magistrati che invece di cercare la verita' fanno sociologia". E' quanto ha affermato il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, parlando con i giornalisti dopo aver partecipato alla giunta della Confindustria. - "Ho grande stima - sono parole di Alfano - del procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Lari, che e' una persona seria, non fa comizi per strada, che non cerca consenso politico e che lavora per l'accertamento della verita'. Lari - ha aggiunto il ministro - ha affermato che il lavoro che si sta svolgendo per accertare la verita' sulla strage - lavoro che noi sosteniamo fortemente - vede ovviamente escluso Berlusconi e i politici attuali. Si tratta di vicende del 1992". Queste "affermazioni di Lari chiariscono da un lato definitivamente la questione - ha concluso il Guardasigilli - e, dall'altro, spero che servano da monito a tutti i magistrati che invece di cercare la verita' fanno sociologia e che, se vogliono diventare sociologi, possono laurearsi in sociologia, scrivere libri e non fare i magistrati". (AGI) Lda/Msc

21 Luglio 2010
Il Ministro della Giustizia Angelino Alfano ha ricevuto oggi, presso il dicastero di via Arenula, i rappresentanti del Comitato Unitario delle Professioni (CUP) e delle Professioni di Area Tecnica (PAT), i quali hanno consegnato un documento unitario e condiviso sulla riforma delle professioni.
“Prendo atto con grande soddisfazione”, dice il ministro Alfano, “del fatto che i rappresentanti degli ordini professionali, a così poca distanza dalla convocazione degli stati generali delle professioni avvenuta il 15 aprile, abbiano già raggiunto una intesa sui contenuti della riforma delle professioni che è mia intenzione presentare al Parlamento”.
“Ho dato mandato ai miei uffici di tradurre i contenuti di questo documento in un concreto atto normativo, per procedere al primo passo della riforma delle professioni, cioè all’elaborazione di un vero e proprio Statuto delle Professioni.”
“È una riforma di grande importanza per il nostro Paese, attesa da decenni ed ancora più importante data l’attuale congiuntura economica, che ha colpito duramente una categoria di lavoratori priva di ammortizzatori sociali”.
“Con questa iniziativa vogliamo lanciare, soprattutto, un messaggio chiaro: gli interessi dei professionisti e quelli dei consumatori non sono in conflitto tra loro, come finora è stato fatto ingiustamente credere. I professionisti ed i consumatori sono accomunati da un fondamentale obiettivo, quello della garanzia della qualità dei servizi professionali.”
“La riforma che ho in mente responsabilizzerà al massimo gli ordini professionali, che saranno chiamati ad essere garanti, di fronte all’utenza, della serietà e della professionalità dei loro assistiti, e garantirà ai professionisti il diritto ad un compenso effettivamente proporzionato alla quantità e qualità del lavoro svolto ed in ogni caso sufficiente ad assicurar loro un’esistenza libera e dignitosa”.
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 21 Luglio 2010 18:29)
19 luglio 2010
Oggi alle ore 19, nelle tre carceri di Palermo, Roma e Milano (Ucciardone, Rebibbia nuovo complesso e Opera) si svolge un’iniziativa per commemorare il sacrificio di Paolo Borsellino e della sua scorta. Nei tre istituti sarà proiettato il documentario “57 giorni a Palermo”, realizzato dalla redazione di “La Storia siamo noi” di Gianni Minoli. Il documentario ripercorre le ultime tappe della vita e il sacrificio del giudice Paolo Borsellino. Il Ministro della Giustizia Angelino Alfano e il Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta hanno così deciso di celebrare il ricordo del giudice ucciso nella strage di Via D’Amelio, perché – proprio all’interno di quelle strutture in cui si espia la pena per la negazione dei principi di giustizia – possa essere ripristinato il patto con la legalità. “Lasceremo – afferma il Guardasigilli – che sia proprio Paolo Borsellino a parlare al cuore dei detenuti.
L’iniziativa di oggi rientra in un’ottica rieducativa più ampia in cui l’uomo è al centro, protagonista ed artefice unico della propria definitiva sconfitta o del proprio riscatto. Un documentario che mostri qual è il prezzo per la morte della legalità e il valore assoluto dell’estremo sacrificio perché questa trionfi, è, secondo noi, un modo per dire grazie al giudice Borsellino per il suo straordinario lavoro e grazie all’uomo Borsellino, perché, nel suo tempio interiore, ha voluto così celebrare l’importanza immortale di quei principi etici ai quali tutti dovrebbero ricondursi”.
Sulla stessa linea si è espresso il Capo del DAP Franco Ionta: “Crediamo che proprio dal carcere debba arrivare chiaro il segnale che il sacrificio di uomini come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non sia stato vano. Non esiste rieducazione se non vi è una sana e convinta adesione ai valori della legalità. Abbiamo il dovere di offrire ai detenuti occasioni di riflessione e opportunità di cambiamento che inducano a ripensare le scelte che hanno condotto sulla strada del delitto. Siamo convinti che la visione del documentario dedicato al sacrificio di Paolo Borsellino e della sua scorta, nei detenuti che vi assisteranno, possa toccare corde di riflessione in maniera più efficace di discorsi e convegni. Il rispetto per la legalità si ottiene anche attraverso la conoscenza e l’esempio di uomini come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e di tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per gli ideali della democrazia che appartengono a tutti noi”.
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 21 Luglio 2010 08:40)
Lunedì 19 Luglio
"Il profumo della libertà che si coglie in queste pagine è ancor più intenso che nel passato e renderà ai nostri giovani più semplice rifiutare quello che Paolo Borsellino efficacemente definì il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità". A 18 anni dalla strage mafiosa di Via D'Amelio a Palermo, nella quale persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ricorda la figura del magistrato siciliano e degli uomini che, come lui, hanno scritto la storia della lotta alla mafia. Lo fa nella prefazione del libro Il profumo della libertà, una raccolta di memorie e testimonianze, curata dal ministero della Gioventù, dedicate all'impegno di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il volume, che è stato presentato questa mattina dal ministro Giorgia Meloni nel corso della trasmissione Uno Mattina Estate, si avvale del contributo, fra gli altri, del guardasigilli Alfano che ne ha scritto la prefazione.
Nel pomeriggio, alle ore 18:00, presso il ministero della Giustizia in via Arenula, celebrazione di una S. Messa per ricordare le vittime della strage di Palermo. Così il guardasigilli: "Quest’anno ho inteso ricordare Paolo Borsellino qui al Ministero, nella sala più prestigiosa che lo scorso anno ho voluto intitolare alla memoria di Rosario Livatino, insieme ai tanti magistrati che con me collaborano, per mantenere quel tono riservato che, sono certo, tanto sarebbe piaciuto a Borsellino e per dare il segno, senza clamori, che anche in questo Ministero la sua figura viene ricordata e che i suoi insegnamenti e le sue intuizioni continuano a costituire materia di ispirazione e di riflessione nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata, con spirito costruttivo con impegno costante e lontani mille miglia da ogni polemica di bottega”.
Ultimo aggiornamento (Lunedì 19 Luglio 2010 17:02)
Lunedì 19 Luglio 2010
“Nel corso del 2010 diventeranno maggiorenni i ragazzi nati nel 1992, annus orribilis per la storia d’Italia. Un anno segnato anche dal sangue di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, di cui oggi ricorre il triste anniversario.
E proprio a questi ragazzi, a questa nuova generazione va il mio pensiero, al loro diritto di coltivare la memoria per non rivivere la Storia, al loro diritto di conoscere la verità, un diritto condiviso da tutti noi, al loro diritto di ricordare il loro anno di nascita come l’anno dell’inizio della riscossa contro tutte le mafie e non con il segno di una sconfitta.
Per l’accertamento della verità occorre battersi, per l’accertamento della verità occorre impegnare gli uomini e le risorse migliori del Paese, per l’accertamento della verità non è mai mancato ne mai mancherà il mio impegno istituzionale e personale e quello dell’intero governo, anche a sostegno degli organi inquirenti tuttora impegnati in indagini complesse.
Indagini del tutto simili a quelle che, nella sua lunga e prestigiosa carriera ha condotto Paolo Borsellino, con inarrivabile fermezza ma anche con riserbo, equilibrio, con spirito critico, senza proclami, senza mai schierarsi, da magistrato autenticamente autonomo ed indipendente e da uomo dello Stato, lontano da ribalte mediatiche.
Ed anche per queste caratteristiche, che tratteggiano un modello di magistrato degno di essere indicato ai giovani come esempio da imitare, che la figura di Paolo Borsellino mi è particolarmente cara.
Quest’anno ho inteso ricordare Paolo Borsellino qui al Ministero, nella sala più prestigiosa che lo scorso anno ho valuto intitolare alla memoria di Rosario Livatino, insieme ai tanti magistrati che con me collaborano, per mantenere quel tono riservato che, sono certo, tanto sarebbe piaciuto a Borsellino e per dare il segno, senza clamori, che anche in questo Ministero la sua figura viene ricordata e che i suoi insegnamenti e le sue intuizioni continuano a costituire materia di ispirazione e di riflessione nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata, con spirito costruttivo con impegno costante e lontani mille miglia da ogni polemica di bottega”.
Lo afferma, in una nota, il ministro della Giustizia Angelino Alfano.

Dal libro "Il profumo della Libertà" www.ilprofumodellaliberta.it vai al sito, clicca quì
Le terribili stragi del 1992 hanno segnato un punto di svolta nella storia dell’Italia intera in un momento politico di grandi difficoltà ed incertezze. In meno di due mesi, dal 23 maggio al 19 luglio, di quell’annus orribilis l’Italia tutta e il mondo intero assistevano attoniti a due veri e propri atti di guerra contro lo Stato da parte della più potente organizzazione criminale siciliana (Cosa Nostra) all’evidenza intenzionata, con il massimo del clamore possibile, a chiudere i conti contro due simboli della lotta antimafia, protagonisti di un nuovo modo, finalmente vincente ed efficace, di condurre e portare a termine le indagini. Ed il fatto che si trattasse di due giudici siciliani rendeva ancor più clamorosa e significativa l’uccisione di Giovanni Falcone - insieme alla moglie Francesca Morvillo (valente magistrato anch’essa) – e di Paolo Borsellino, unitamente agli uomini delle loro scorte. In quell’epoca la Sicilia ha saputo trovare al suo interno una motivata pattuglia di giudici e di valenti investigatori che, meglio di chiunque altro - e proprio grazie alla diretta esperienza e comprensione delle “cose” siciliane - ha fatto per la prima volta crollare i miti dell’omertà e dell’impunità dei mafiosi, proponendo nuove forme di organizzazione dell’azione di contrasto alla criminalità organizzata che, ancora oggi, costituiscono l’asse portante di modelli operativi tuttora in vigore. Da qui la risposta furente e rabbiosa, con lo sterminio sistematico di troppi protagonisti di quell’epoca concluso, dopo la definitiva conferma in Cassazione delle condanne inflitte nel primo maxi processo di Palermo, con le stragi di Capaci e Via D’Amelio. Oggi, fuori da ogni retorica, è cosa certa che quel fiume di sangue ove altissimo è stato il contributo pagato dai siciliani migliori non è bastato a mutare il corso delle cose; non è valso ad impedire che le buone idee di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino continuassero a camminare sulle gambe di altri uomini che con passione, coraggio e sempre maggiore efficacia, ne continuano l’opera. In questo senso e sotto questo profilo ben possiamo dire che la mafia ha totalmente mancato i suoi obiettivi ed oggi è, di certo, meno baldanzosa e tracotante di allora. Alcuni di questi uomini delle istituzioni hanno voluto ricordare quei terribili eventi offrendo il loro contributo a questo importante volume celebrativo, per coltivare la memoria ed il ricordo di quei giorni, trasmettendo alle generazioni future anche piccoli particolari di vita quotidiana e ricordi personali che sono assai utili a sottolineare la normalità e la straordinaria serenità con la quale sia Falcone che Borsellino, con piena consapevolezza, hanno affrontato il loro destino. Molti altri hanno offerto e continuano ad offrire il loro contributo – non meno importante – attraverso il lavoro silenzioso ed il costante impegno per far si che l’analisi profetica di Giovanni Falcone sulla naturale evoluzione e la fine di Cosa Nostra possa trovare definitiva conferma in tempi quanto più possibile brevi. Questi uomini confermano tutti i giorni che lo spirito di servizio ed il senso dello Stato, che animava Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è rimasto inalterato ed è diventato esperienza e patrimonio comune nella consapevolezza che nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata – come lo stesso Falcone ha spesso ripetuto – non serve esigere da inermi cittadini gesti di inutile eroismo ma è necessario che lo Stato impieghi in questa battaglia gli uomini migliori delle istituzioni. Certo, oggi, anche grazie al metodo di lavoro in pool, inventato dal nulla presso l’allora Ufficio Istruzione di Palermo, la mafia siciliana è meno onnipotente ed ancor meno misteriosa di quanto non fosse sino alla seconda metà degli anni ’80. Certo, oggi, anche grazie alla creazione della Procura nazionale Antimafia, delle Direzioni Distrettuali Antimafia e della Direzione Investigativa Antimafia, tutte strutture figlie di quell’antesignana e rivoluzionaria esperienza, la risposta dello Stato all’aggressione della criminalità organizzata è più strutturata ed efficiente. Certo, oggi, le recenti riforme in materia di rafforzamento del carcere duro per i mafiosi e in materia di aggressione ai grandi patrimoni accumulati dalla criminalità organizzata consentono di ottenere risultati di gran lunga più efficienti rispetto anche al più recente passato. Ed è per questo che il profumo della libertà che si coglie in queste pagine è ancor più intenso che nel passato e renderà ai nostri giovani più semplice rifiutare quello che Paolo Borsellino efficacemente definì il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. Ma questo profumo di libertà serve anche a ricordare ai più giovani che tutto questo si è reso possibile anche grazie al sacrificio ed al patrimonio di idee e di cultura giuridica e sociale elaborato da quegli uomini: idee che hanno cambiato le tecniche investigative; idee che hanno cambiato le procedure e l’organizzazione della Stato; idee che hanno cambiato la storia dei processi di mafia, trasformando le consuete assoluzioni per insufficienza di prove in severe ed irrevocabili sentenze di condanna; idee che hanno cambiato, definitivamente, lo scetticismo e la sensibilità del popolo siciliano; idee che, in una parola, hanno cambiato in meglio il volto della Sicilia e la Storia del nostro Paese; idee che nessuno riuscirà mai ad uccidere.
Angelino Alfano
Ultimo aggiornamento (Martedì 20 Luglio 2010 09:49)
A proposito di CENSURE E BAVAGLI

Ritengo utile, visto che in questo periodo è tanto di moda parlare di bavaglio, pubblicare una mia nota, inviata via mail ieri 14 luglio al direttore del quotidiano La Repubblica, con la quale ho inteso chiarire i termini del mio non invio degli ispettori alla Corte d' Appello di Milano.
Posto che la mia nota si è resa necessaria a causa di una errata interpretazione dei fatti (ovviamente in buona fede…) dei giornalisti di quella testata, ero certo che tale nota sarebbe stata pubblicata con il medesimo risalto avuto dall’articolo contestato.
Ovviamente, trattandosi di un quotidiano liberale e democratico come La Repubblica, ero convinto altresì che la mia nota sarebbe stata pubblicata integralmente.
E mi sbagliavo!
Infatti , anche questa volta certamente in buona fede, l’impaginatore del quotidiano nel fare il taglia e incolla della mia nota non si è accorto di avere saltato alcune righe, giustappunto quelle più polemiche, e pertanto il comunicato è stato pubblicato ma in maniera incompleta.
Per amore della libertà di informazione tanto cara a Repubblica ho quindi pensato di fornirvi il testo integrale della mia nota e quanto invece pubblicato dal libero e democratico quotidiano.
(in grassetto rosso le righe non pubblicate...in buona fede.. )
Egregio dott. Mauro,
Leggo su Repubblica di ieri, 14 luglio, a pagina 7, che il ministro Alfano “alla fine si opporrà all’invio degli ispettori. Ma si sentirà in dovere di giustificarsi con il governatore lombardo e con il “mediatore” Martino.”
Tutto ciò, prosegue l’articolo, “si evince da una conversazione tra Martino e Formigoni del 24 marzo”. Segue la conversazione intercettata.
E’ proprio da tale pubblicata intercettazione, nella quale Martino si informa con Formigoni del mio comportamento, che si evince, invece, l’esatto contrario.
Non sono abituato a fare precisazioni e sono consapevole di quanto sia costato a taluno degli articolisti riconoscere che il Ministro si è opposto all’ispezione. Da ciò, ricavo la giustificazione psicologica alla frase immediatamente successiva, che tende a gettare un’ombra su un comportamento lineare e corretto, riconosciuto nella frase precedente.
Da questo sofferto riconoscimento, nasce un costrutto paradossale: avrei fatto una cosa buona, ma mi sarei dovuto giustificare di averla fatta!
Le cose sono chiare e semplici e stanno così: all’amico, peraltro molto caro, Roberto Formigoni, non ho fornito giustificazioni, ma ho detto che non avrei mandato l’ispezione.
Dell’altro soggetto con il quale mi sarei giustificato, tale Arcangelo Martino, non sapevo l’esistenza fino al giorno in cui ho appreso del suo arresto dai giornali.
La prego di volere pubblicare quanto sopra, per una maggiore comprensibilità della precisazione e anche a beneficio dei lettori, non nelle ultime righe della pagina delle lettere, ma nella medesima pagina in cui sarà presumibilmente pubblicato il prosieguo della storia.
Distinti saluti.
TESTO PUBBLICATO DA "La Repubblica" del 15 Luglio 2010
LEGGO su Repubblica di ieri, 14 luglio, a pagina 7, che il ministro Alfano «alla fine si opporrà all`invio degli ispettori. Masi sentirà in dovere di giustificarsi con il governatore lombardo e con il "mediatore" Martino». Tutto ciò, prosegue l`articolo, "si evince da una conversazione tra Martino e Formigoni del 24 marzo". Segue la conversazione intercettata.
E` proprio da tale pubblicata intercettazione, nella quale Martino si informa con Formigoni del mio comportamento, che si evince, invece, l`esatto contrario.
Le cose sono chiare e semplici e stanno così: all`amico Roberto Formigoni, non ho fornito giustificazioni, ma ho detto che non avrei mandato l`ispezione. Dell`altro soggetto con il quale mi sarei giustificato, tale Arcangelo Martino, non sapevo l`esistenza fino al giorno in cui ho appreso dei suo arresto dai giornali.
(redazione di Repubblica) Prendiamo atto della precisazione dei ministro Alfano. Resta il fatto che Formigoni riferisce di «impegni» presi e non mantenuti dal Guardasigilli. Il quale - secondo quanto emerge dagli atti - si è sentito in dovere di spiegare al Governatore la sua decisione.
Ultimo aggiornamento (Giovedì 15 Luglio 2010 16:06)