ANGELINO ALFANO
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30 dicembre 2017
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Angelino Alfano al Direttore del Corriere della Sera: Con il lavoro di cinque anni siamo un paese migliore

Caro direttore,
la decisione di non ricandidarmi non mi darà molte altre possibilità di ricordare in campagna elettorale le ragioni per cui, nel 2013, decidemmo di mandare avanti la legislatura e i risultati ottenuti dal Paese grazie a Ncd/Ap. Adesso che la legislatura chiude i battenti, è importante farlo per rispetto di verità e cronaca.

Nell’autunno del 2013, scegliemmo di consumare una dolorosa rottura — noi non abbiamo cambiato partito o aderito ad altro partito, ma abbiamo fondato Ned — con il presidente Berlusconi per non lasciare l’Italia nel mezzo della crisi economica più lunga della propria storia, quando la strage di Lampedusa annunciava chiaramente l’esplosione della Libia e mentre il terrorismo destabilizzava l’Europa facendo saltare in aria obiettivi sensibili e luoghi della vita quotidiana.
E i fatti ci hanno dato ragione. I grillini erano pronti a trarre il loro tornaconto elettorale dalla nuova instabilità e la nostra decisione di allora ha garantito all’Italia 5 anni di stabilità politica, tradotti nel superamento della crisi economica, nella forza contro il rischio terrorismo, in umanità e sicurezza sul tema dell’immigrazione.

L’Italia ha affrontato le tre grandi sfide di questo tempo della storia — crisi economica, crisi dei rifugiati e crisi di sicurezza —, che hanno fiaccato molti Paesi, e può dire di esserci riuscita. E questa governabilità non ci sarebbe stata senza di noi.
Siamo stati  degli outsider, fuori dai circuiti della comunicazione che conta e privi di finanziamenti pubblici, presi di mira perché era facile farlo e perché un nostro default avrebbe causato la caduta del governo. Ma la legislatura è arrivata fino in fondo.

Abbiamo pagato un conto altissimo per la nostra scelta di responsabilità, ma la rivendichiamo perché l’Italia di oggi è migliore di quella del 2013.

Tanti gli obiettivi centrati: dalle riforme liberali in materia di mercato del Lavoro (dall’art. 18 al Jobs act) e di Giustizia (custodia cautelare in carcere, intercettazioni, responsabilità civile dei magistrati), fino al rafforzamento del ceto medio — con politiche fiscali di detassazione e sostegno salariale (80 euro) — e delle imprese, con incentivi che hanno aumentato di un milione il numero degli occupati.

Il Paese è tornato così sul binario della crescita. In questa legislatura, ricordo con orgoglio di avere promosso, da titolare del Viminale, tre decreti che hanno dato buoni risultati (contro la violenza di genere — pendant di quello contro lo stalking che promossi da ministro della Giustizia —, contro la violenza negli stadi e contro il terrorismo); di avere aumentato gli stanziamenti per le Forze dell’Ordine, sbloccato le nuove assunzioni, aumentato i loro stipendi e riordinato le loro carriere; di avere vinto, sul terrorismo, la sfida della prevenzione (determinando, anche grazie alla percezione di essere un Paese sicuro, la crescita del turismo) e di avere coniugato, sull’immigrazione, solidarietà e sicurezza.

In quegli anni, tra l’altro, la Libia non aveva ancora un governo con cui negoziare e, per questo, ho sopportato, sulle gracili spalle del mio partito, il peso di una sfida epocale. In solitudine, perché era sconveniente solidarizzare su una materia che ha cambiato il volto politico dell’Europa. Questa vicenda ha condizionato il corso della mia vita e della mia carriera politica, ma rifarei ogni cosa.

Dalla Farnesina mi sono impegnato per la firma dell’accordo con il Niger, per abbattere il numero degli accessi alla Libia dal proprio confine meridionale; per riunire i Paesi di transito verso la Libia replicando questo accordo; per impiegare, inoltre, i fondi del- la cooperazione arginando l’emigrazione verso Libia ed Europa e per liberare molti connazionali in condizioni difficili (il caso Del Grande credo sia il più noto). Ho spinto, infine, sulla diplomazia economica e oggi l’export, anche grazie alla Farnesina, incide nel Pil per il 30%: un record storico.

Al termine di questi cinque anni, l’Italia non è il Paradiso Terrestre, ma è un Paese migliore. Sono onorato di avere dato il mio contributo. Nella prossima legislatura non ci sarò. Per scelta. Continuerò però a tifare Italia e a dare una mano da cittadino che interrompe il servizio pubblico, ma che continua ad amare profondamente questo straordinario Paese.